Quando i politici inventarono lo Chef Stellato.

E’ noto che l’Italiano ha sempre pensato ad apparire prima che di essere. Grazie a questo e all’importazione da parte dei nostri maestri americani, assistiamo periodicamente a fenomeni di massa che sanno di ridicolo, delle vere e proprie mode nate come tutte da episodi più o meno casuali e/o pretestuosi. Fu così che negli anni 80 nacque la moda dello psicologo personale. Nei salotti bene, nulla era permesso se non dietro consultazione del proprio psicologo. Faceva chic, era la tendenza del momento. Chi non consultava lo
psicologo era uno sfigato, un mediocre, un Plebeo. Il tutto con buona pace di una categoria difficilmente collocabile altrimenti. Lo psicologo era visto come il deus ex machina, la voce autorevole, colui che custodiva i segreti dell’umanità.
Poi il fenomeno gradatamente si sgonfiò, come tutte le mode ma non prima di aver rivendicato una decorosa collocazione tra gli enti statali. Finalmente un sociologo era visto come un terapista, un personaggio degno di far parte dell’ambiente sanitario.
Il testimone passò poi alla categoria dei Nutrizionisti. Con la complicità della riscoperta della celiachia, delle nuove quanto accattivanti patologie dai nomi preoccupanti quali la Sindrome Metabolica, Colon irritabile e varie intolleranze alimentari, oltre che ovviamente al sovrappeso, anche i laureati in biologia scoprirono delle sedie piuttosto invitanti su cui sedere. Certamente più comode di una cattedra alle scuole medie. Fa sempre figo pronunciare le parole “…..il mio nutrizionista dice che…”. Fa scena, l’unica cosa importante per gli italioti che ultimamente hanno scoperto la figura del “Personal Trainer”. Ah, questa li batte tutti, l’impatto è scontato e la considerazione garantita.
Ma la figura più affascinante tra tutti i personaggi del nuovo millennio è quella dello Chef Stellato. E’ diventato il mestiere più ambito dalle future generazioni, rottamando perfino la figura del Pompiere e quello dell’astronauta tra gli idoli dell’infanzia.
Onnipresenti su tutte le reti tv e secondi solo ai salotti politici in termini di assiduità, con aria sapiente e accademica postura, sciorinano intrugli tra i più improbabili e ingredienti dai nomi esotici e “raffinati” dalla complessa interpretazione. Interi show dedicati al nobile argomento, con tanto di gare, classifiche e premi ad esaltazione dell’arte culinaria. La scena è assicurata, la gente pende dalle labbra del Cannavacciuolo di turno, che con artata sufficienza e impiegando lo slang partenopeo a mò di garanzia culinaria, batte l’ormai superato Vissani, piuttosto che il compassato quanto insipido Alessandro Borghese e tutti gli altri personaggi all’uopo costruiti che tra un’impiattata e l’altra, trovano nell’italica ignoranza la loro via per il successo.
Tutto nacque nei primi anni 90, quando tra le stradine adiacenti Montecitorio, i politici della nuova Repubblica vantando le virtù del proprio ristoratore di fiducia, decantavano i piatti dai nomi accattivanti che avevano appena trangugiato. La raffinatezza prima di tutto e come si conviene in tutti i salotti, più alto è il prezzo che si paga, più è motivo di vanto. Mi ricorda molto l’eterna storia del caviale, una portata per me schifosa ma guai a dirlo in giro. Piuttosto va deglutito a naso chiuso ma il caviale, il cibo dei Re non è opinabile. Ma i politici anche se i più abili, non sono gli unici abbuffini . Una volta sdoganata la tendenza, il contagio verso altre categorie altrettanto aristocratiche fu inevitabile. In pochi anni la ristorazione di “qualità” raggiunse il successo che per 50 anni “Gambero Rosso” e “Guida Michelin” avevano invano inseguito. La ricerca dell’innovazione spinse il fenomeno verso apici anche pericolosi come la cucina chimica o la cultura vegana, trasformatasi poi in una vera e propria lobby.
L’esasperazione di un fenomeno è come sempre la causa di tutti i mali e genera intolleranze e falsi miti. E’ impossibile preferire un intruglio nato solo per esigenze di spettacolo, alla cucina tradizionale, spesso semplice e preparata con ingredienti genuini. Portate stravaganti e di difficile preparazione sono nate nel tempo, con l’influenza di culture esotiche ma sempre per caso e in ogni modo mai su richiesta. La cucina delle nonne, una buona grigliata, una zuppa di pesce piuttosto che una polenta o le tagliatelle preparate da mani sapienti e amorevoli, non possono e non devono essere offuscate da una cucina drogata di consumismo.
E’ uno degli ultimi vezzi che ancora molti ma non tutti possono concedersi.

Brett Sinclair

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