Fusaro tocca un nervo scoperto e Di Pietro da di matto, fino a sentirsi male.


Ieri sera in un confronto in Tv tra Diego Fusaro e Antonio Di Pietro è finita in rissa. Il giovane filosofo, in piena coerenza con le sue (e non solo) teorie complottiste, ha associato a “Mani ulite” una matrice americana, cosa che ha mandato su tutte le furie Mr Checciazzecca Di Pietro, al punto da intentare una quasi aggressione fisica e che più tardi lontano dai riflettori, addirittura gli ha procurato un malore che ha richiesto l’ausilio dello staff di La 7. Sarà stata la pacatezza con la quale Fusaro lo accusava di fatti gravi e lesivi per il Paese a far sbroccare l’ex PM di Mani Pulite? La faccia tosta del ragazzino filosofo che ha capito tutto e che non ci sta a continuare a tinteggiare di bianco i vecchi sepolcri della storia anche recente del Bel Paese, eternamente servo, eternamente ostello di dolore, eternamente nave senza nocchiero.
L’arroganza di Tonino ha in parte zittito Fusaro, che probabilmente avrebbe potuto spingersi oltre, ma non quanto l’argomento meriterebbe. Ancora tanti dubbi gravano sul patrocinio dell’improvvisa incursione della Magistratura ai danni della Politica, condotta in un periodo cruciale del paese e che scoperchiò il vaso di Pandora il cui contenuto era già ben noto a tutti. Il tutto meriterebbe quanto meno un’interrogazione Parlamentare.
Senza troppi giri di parole, a Diego Fusaro sarebbe bastata una sola domanda da rivolgere in pubblico al dott. Di Pietro, quale fosse lo scopo dei tanti viaggi in America all’epoca dell’antefatto, intrapresi in compagnia di Michael Ledeen.
Gli attori coinvolti nella mega operazione condotta dai finanzieri che condussero le ripetute manovre speculative ai danni dell’Italia, furono tanti. Volendo dare un punto di origine alla cascata di eventi occorsi, per comodità potremmo cominciare dal summit segreto del ‘92 a bordo del Britannia, ma il progetto nasce molto prima. Forse in seguito alla caduta del muro di Berlino, con la fine della Guerra Fredda che perdurava dal 45, dai tempi di Jalta, in seguito alla quale l’assetto politico italiano non risultava poi così vitale per gli interessi USA. Probabilmente quei politici che fino ad allora godettero della protezione di Washington, furono giudicati non più sostenibili a causa del grado estremo di corruzione raggiunto. A Marzo del ’93, Daniel Serwer, l’incaricato di affari americano, invia 42 cablo a Washington, attraverso i quali dichiara le sue preoccupazioni per la crisi politica e lo spettro di un Golpe. I Governi anglo americani, decisero in conseguenza di mollare le briglia e di lasciare che la Magistratura svolgesse finalmente il proprio compito, consegnando l’Italia ad un terremoto politico finanziario che le sarebbe stato fatale, avendo l’anno precedente già concordato (sul Britannia) le opportune privatizzazioni e le svalutazioni monetarie che poi furono condotte dai Governi Amato e Berlusconi. Come preparare il terreno di conquista in previsione della depurazione di Mani Pulite. 
Il defunto Reginald Bartholomew, ex Ambasciatore Americano indicò Peter Samler ex Console generale Usa a Milano, quale detentore di un ruolo chiave nell’iniziale sostegno americano all’inchiesta di Antonio Di Pietro. Reginald Bartholomew ricoprì tale carica a Roma tra il ’93 e il ’97, quando l’Italia politica era in fase di disfacimento, il sistema stava implodendo a causa di Tangentopoli iniziata l’anno precedente. Egli si trovò catapultato nell’Italia del precario governo di Giuliano Amato sostenuto dagli esangui Dc, Psi, Psdi e Pli, con Oscar Luigi Scalfaro arrivato al Quirinale sulla scia della strage di Capaci, il Pds di Achille Occhetto in ascesa e Silvio Berlusconi impegnato a progettare la discesa in campo. Ma soprattutto quella era la stagione di Mani Pulite, quando un pool di magistrati di Milano che nell’intento di combattere la corruzione politica dilagante era andato ben oltre, violando sistematicamente i diritti di difesa degli imputati in maniera inaccettabile in una democrazia come l’Italia, effettuando arresti preventivi col solo scopo di estorcere confessioni. Alla luce di questi atteggiamenti, che non ebbero precedenti nella storia democratica del Paese e ad altri movimenti strani che andavano compiendosi nel Consolato a Milano, Bartholomew si accorse che “qualcosa non quadrava”. Fra le iniziative che Bartholomew prese ci fu quella di far venire a Villa Taverna il giudice della Corte Suprema Antonino Scalia, sfruttando una sua visita in Italia, per fargli incontrare sette importanti giudici italiani e spingerli a confrontarsi con la violazione dei diritti di difesa da parte di Mani Pulite. Bartholomew non fece i nomi dei giudici italiani presenti a quell’incontro nella residenza romana, ma riferì che «nessuno obiettò quando Scalia disse che il comportamento di Mani Pulite con la detenzione preventiva violava i diritti basilari degli imputati, andando contro i principi cardine del diritto anglosassone». Pochi mesi più tardi, nel luglio del 1994, il presidente Clinton arrivò in Italia per partecipare al summit del G7 che il governo del neopremier Silvio Berlusconi ospitò a Napoli. In coincidenza con i lavori, Mani Pulite recapitò al presidente del Consiglio un avviso di garanzia e la reazione di Bartholomew fu molto aspra. Si trattò di un’offesa al presidente degli Stati Uniti, perché era al vertice e il pool di Mani Pulite aveva deciso di sfruttarlo per aumentare l’impatto mediatico della sua iniziativa giudiziaria contro Berlusconi. 
Questi atteggiamenti palesavano la distruzione di quell’apparato politico fino ad allora protetto ma che evidentemente non dava nessuna garanzia sul futuro. In un successivo incontro con le forze politiche residue, Bartholomew individuò in D’Alema un futuro pilastro dei rapporti USA Italia, mettendo da parte tutto ciò che era successo in passato tra PCI e URSS. Invece i rapporti con Prodi che pure divenne Premier, non decollarono mai, probabilmente resosi indesiderato a causa dei suoi trascorsi come agente del KGB. Il buon Mortadella cercò di aprire alla Presidenza americana ma l’incontro gli fu negato. Fu l’individuazione in D’Alema quale futuro trait d’union con gli USA, che probabilmente salvò via delle Botteghe Oscure dalla identica sorte che spettò quasi a tutti i Partiti dell’epoca. Quando il leader del futuro sembrava delinearsi in Mario Segni, la sua scomparsa improvvisa quanto inspiegabile dalla scena politica lasciò il campo al Berlusca, anch’egli benedetto dalla regia USA. Il Cav si presentò all’appuntamento “Per conoscersi” con l’Ambasciatore americano direttamente in Ambasciata e in compagnia di Gianni Letta. Intendeva da quell’incontro ricevere l’Imprimatur per il suo esordio in politica. Bartholomew rivendicava il merito di aver rimesso sui binari della politica il rapporto fra Washington e l’Italia, compromesso dal legame troppo stretto fra il Consolato di Milano e Mani Pulite, identificando in D’Alema e Berlusconi due leader che negli anni seguenti si sarebbero rivelati in più occasioni molto importanti per la tutela degli interessi americani nello scacchiere del Mediterraneo.
I veri protagonisti della storia furono i poteri terzi che, con l’avvio della globalizzazione, non volevano la mediazione della politica e trattarono l’Italia come terra di conquista. 
Sulla storia recente, quella che riguarda almeno gli ultimi tre lustri dello scorso secolo, sarebbe effettivamente il caso di aprire un’inchiesta che faccia finalmente luce su tutti i presupposti giochi di potere che condannarono la vecchia Repubblica. In particolare Bobo Craxi, reo di aver osteggiato gli americani nella gestione dei fatti di Sigonella, sui veri motivi che spinsero Mario Segni a rinunciare alla sua candidatura, ai legami precedenti di Di Pietro con Michael Leeden, Peter Semler, Peter Secchia (predecessore di Bartholomew), i suoi incontri americani al Foreign Affair Office e in che misura la Magistratura fosse imbrigliata dal potere americano, allora come oggi. L’unico protagonista ancora in vita, oltre al pool di Mani Pulite, è Daniel Serwer che attualmente insegna alla Johns Hopkins University di Washington, non è giovanissimo e potrebbe essere l’ultimo testimone delle vicende ancora troppo torbide per essere annesse all’ufficialità della storia. Poi ci sarebbero ancora tanti vecchi saggi della Politica, per lo più ormai fuori dagli affari pubblici ma ancora in grado di testimoniare sui fatti. Ex politici, faccendieri, magistrati ed ex magistrati votati poi alla politica e oggi fuori anche da quella, proprio come il buon Tonino che potrebbero quanto meno dare un ultimo contributo alla storia, aiutandoci a scriverla correttamente. Ma dalla crisi isterica che gli è preso solo a sentirlo affiancare al Foreign Affair d’oltre oceano, sembra proprio che l’intrigo sia destinato a rimanere tale. Un’altra pagina della storia italiana da consegnare alla lunga lista dei misteri irrisolti, certamente non imputabile al caso, come vorrebbero farci credere.

Brett

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